La Terra dei Fuochi e Sergio Costa
di Maurizio Patriciellodi Maurizio Patriciello
«Abbiamo lavorato gomito a gomito. Convegni, marce, manifestazioni, interviste, petizioni, riunioni. Il problema vero era dimostrare il nesso ambiente-salute. Vedevamo tanti nostri cari ammalarsi. Ora è toccato anche a lui. Preghiamo per te»
I maestri del presepe napoletano, quell’anno, modellarono, accanto a Gesù Bambino, tre nuove statuine: il generale Sergio Costa, l’oncologo Antonio Marfella e don Maurizio Patriciello. Improvvisati Magi, ridemmo divertiti. Sono trascorsi una quindicina di anni da quando, disperati per le condizioni in cui versava la “Terra dei fuochi”, andammo a bussare alla sua porta. Fummo accolti con squisita gentilezza. Bisognava chiamare a raccolta tutte le persone di buona volontà. Avevamo compreso che il dramma della nostra terra avrebbe avuto una svolta importante soltanto unendo le forze. Insieme. Bisognava lottare insieme. Sergio Costa era allora il Comandante regionale della Polizia forestale, confluita poi nell’Arma dei carabinieri. Fui colpito dalla sua umiltà. Non si nascondeva dietro la divisa. Niente burocrazia. Sergio sapeva che i volontari erano persone disperate, perbene; uomini e donne che, a costo zero per le casse dello Stato, si affaticavano per il bene comune. Apprezzò e valorizzò il loro impegno. Una grande schiera, una grande famiglia, dove ognuno portava le proprie competenze.
Furono anni faticosi e belli. Avvenire, il giornale che amiamo, scese in campo accanto a noi. Se alcuni, importanti risultati sono stati raggiunti, è anche - e forse soprattutto - grazie al quotidiano dei vescovi italiani. Ben presto diventammo amici. Prima che finissi sotto scorta per le insopportabili intimidazioni camorristiche, Sergio, rendendosi conto che la sovraesposizione mediatica cui andavo soggetto avrebbe potuto procurarmi qualche problema - era già successo che qualcuno mi “consigliasse” di ritornare a “fare il prete” senza impelagarmi in quelle storie - Sergio, dicevo, a mia insaputa, mi affidò a due dei suoi giovani agenti. All’inizio non capivo come mai, nelle varie manifestazioni pubbliche, essi non mi mollavano mai. Uno di loro si chiamava Maurizio. Un incidente stradale ce lo portò via pochi anni dopo.
Con Sergio abbiamo lavorato gomito a gomito. Convegni, marce, manifestazioni, interviste, petizioni, riunioni. «La nostra terra maltrattata risorgerà» ci dicevamo. Non eravamo illusi né ingenui. Caparbi, sì. Sergio, più di tutti, sapeva che cosa, negli anni, era accaduto. Quando dagli scavi da lui diretti veniva fuori tanta pericolosa robaccia, ne soffriva come e forse più di tutti noi. Il problema vero era dimostrare il nesso ambiente-salute. Vedevamo tanti nostri cari ammalarsi e morire di cancro. Ci ribellavamo, alzavamo la voce, chiedevamo aiuto, ma, in quegli anni, non era facile essere ascoltati. Era evidente che la questione ambientale incideva pesantemente sulle patologie tumorali, occorreva, però, provarlo; occorrevano studi seri che lo accertassero e - ci dicevano - non ce n’ erano.
È un credente, Sergio Costa. Un fratello nella fede, quindi. Una persona convinta di dovere, a tutti i costi, tenere accesa la fiammella della speranza. Si coinvolse nell’agone politico. Arrivò a sedere in Parlamento. Divenne ministro dell’Ambiente prima, vicepresidente della Camera, poi. Un pezzo grosso, dunque. La notizia della sua malattia ci ha colto di sorpresa. Il cancro, che sta mettendo a dura prova la nostra gente, ha colpito anche lui. E lui, facendo onore al titolo con cui il popolo gli si rivolge - “onorevole”, appunto - ha ritenuto giusto metterne al corrente i vecchi e nuovi amici. E lo ha fatto con quella serena parresia che sempre lo ha contraddistinto. Gli siamo riconoscenti. Le sue parole sono state per noi una lezione di gratitudine, di umiltà, di speranza, di fiducia. Di fede. Non ha chiesto privilegi, non è scappato in strutture private fuori regione. È diventato un paziente tra i pazienti. Un paziente oncologico, con quel numero che tanto ci impressiona: 048. Per gli altri ammalati, però, è ancora e solamente Sergio. «Sono un credente - ha confessato - in queste settimane ho ricevuto tanto e volevo condividerlo con voi. Le piccole polemiche, le beghe, le usuali preoccupazioni della politica, sono stupidaggini». È vero. Davanti al mistero immenso della vita tutto impallidisce. Grazie, onorevole. Mi hai chiesto di pregare per te. Lo faccio, e non da solo. Forza! Il Signore non ci abbandona.